In quello stesso periodo, feci un altro sogno musicale, e anche questo si protrasse nello stato di veglia. In questo secondo caso, a differenza di quanto era accaduto con Mozart, trovavo che nella musica vi fosse qualcosa di profondamente fastidioso e spiacevole, e non vedevo l’ora che tacesse. Feci una doccia, bevvi una tazza di caffè, andai a fare quattro passi, scossi la testa, suonai una mazurka al pianoforte - tutto senza alcun risultato. L’odiosa musica allucinatoria continuava imperterrita. Alla fine telefonai a un amico, Orlan Fox, e gli raccontai che stavo ascoltando dei canti che non riuscivo a fermare, canti che mi sembravano traboccare di malinconia e di una sorta di orrore. La cosa peggiore, aggiunsi, era che le parole erano in tedesco, una lingua che non conoscevo. Orlan mi chiese di accennarglieli cantando, anche senza parole. Lo feci, e seguì una lunga pausa.
“Hai abbandonato qualcuno dei tuoi pazienti più giovani?” mi chiese. “O forse hai distrutto qualcuno dei tuoi parti letterari?”.
“Entrambe le cose” risposi. “Ieri ho dato le dimissioni dall’unità pediatrica dell’ospedale dove lavoro e ho bruciato un libro di saggi che avevo appena scritto… Come hai fatto a indovinare?”.
“La tua mente sta suonando i Kindertotenlieder di Mahler” rispose lui “i canti di dolore per la morte dei bambini”.
Ne fui meravigliato, giacché la musica di Mahler non mi piace molto e normalmente avrei le mie brave difficoltà a ricordare nei dettagli - e figurarsi a cantare - uno qualsiasi dei suoi Kindertotenlieder. Ecco però che nel sogno la mia mente, con infallibile precisione, aveva trovato un simbolo appropriato per gli eventi del giorno prima. E nel momento stesso in cui Orlan interpretò il mio sogno, la musica scomparve; né è più tornata a visitarmi nei trent’anni passati da allora.

—Oliver Sacks, Musicofilia (via sednonsatiata)

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